RECENSIONI:
Finisce come è cominciato, Le tre scimmie (Üç maymun, Turchia, Francia, Italia, 2008, 109'): con un atto di prostituzione morale, e con la responsabilità messa a tacere dal denaro. In mezzo – tra il ricco e potente Servet (Ercan Kesal) che convince il proprio autista Eyüp (Yavuz Bingöl) ad affrontare il carcere al posto suo, ed Eyüp che un anno dopo fa lo stesso con l'ancor più povero Bayram (Cafer Köse)– c'è il lento rivelarsi del fantasma che ha raggelato le vite dello stesso Eyüp, di sua moglie Hacer (Hatice Aslan) e del figlio Ismail (Rifat Sungar).
Il film di Nuri Bilge Ceylan e dei suoi cosceneggiatori Ebru Ceylan ed Ercan Kesal inizia con un omicidio, per quanto involontario. Guidando assonnato, Servet investe qualcuno lungo una strada isolata. Non conta di chi si tratti, né per il racconto che sta per iniziare né per la coscienza dell'assassino. Conta invece che Servet sia in campagna elettorale, e che non possa permettersi uno scandalo. D'altra parte, la soluzione è presto trovata: Eyüp si assumerà la colpa di quella morte, passerà in galera un po' di mesi della sua vita e in cambio riceverà una grossa somma di denaro. Tutto è deciso e accettato nel giro di qualche ora. La transazione pare equa a entrambi i contraenti. Se la giustizia, la dignità e la libertà hanno un prezzo, Servet ed Eyüp sembrano conoscerne con certezza l'ammontare.
Non è però questa compravendita morale e umana il tema più decisivo di Le tre scimmie. O almeno non lo è dal punto di vista dei meri fatti. L'inganno riesce senza fatica, e su di esso il racconto non torna più. Quello che invece emerge è il vuoto in cui si muovono i personaggi. Come spesso le inquadrature di Ceylan, anche le loro anime paiono non avere profondità di campo: i loro contorni spiccano netti in primo piano,ma tutto quello che sta sullo sfondo si perde nell'indistinto.
Così è, appunto, per il giovane Ismail. Sembra svogliato, incerto fra lo studio per essere ammesso a frequentare l'università, il progetto di un piccolo lavoro in proprio e la tentazione di sprecare la sua vita girando per la città fino a tarda notte in pessima compagnia. E anche di Hacer non si intravede la profondità. Quali sono i suoi rapporti veri con Eyüp? Perché finisce a letto con Servet? Soprattutto, perché si innamora di un uomo tanto meschino? La sceneggiatura evita di rispondere, e anzi nemmeno pone le domande. Si limita a raccontare cose e fatti, togliendo loro non solo ogni nettezza di sfondo ma anche ogni colore umano. E desaturate sono appunto le immagini, che la bella fotografia di Gökhan Tiryaki quasi svuota di cromaticità.
Come le scimmie del titolo – che non vedono, non sentono, non parlano –, i tre personaggi principali del film sono chiusi al mondo, e anzi proprio stanno ai lati del mondo. Soffermandosi sui particolari miseri e grigi della loro abitazione, la macchina da presa partecipa a questa chiusura e a questa esclusione. Anche gli incontri fra Hacer e Servet avvengono lì, e senza che cambi davvero qualcosa. Resta uguale il silenzio, e uguale resta la penombra. Nemmeno quando Ismail scopre che la madre è a letto con l'amante quell'indecisione sfinita si dirada. Il ragazzo dà un'occhiata a un coltello che sta in cucina, ma poi tutto torna nel grigio. Raccolte le sue cose, in silenzio Ismail si lascia la porta di casa alle spalle.
Più tardi – anche un po' troppo tardi, per la verità –, la sceneggiatura s'avvicina al senso di tutto questo grigiore. Lo fa prima con un incubo di Ismail, con una sua "visione" che nulla ha di realistico, ma che dà forma e senso all'angoscia della sua memoria. In un controluce che lo trasforma in una creatura aliena, verso di lui sdraiato a letto s'avvicina appunto quel fantasma. Ma poi torna ad allontanarsi e a svanire. Chi sia si capirà solo quando Eyüp uscirà di prigione e chiederà a Ismail di accompagnarlo alla tomba del fratello. È dunque l'impronta di un lutto mai superato quella che ha svuotato di profondità e colore la vita di tutti e tre. È il suo vuoto che non smette di pesare sulle loro anime, con la pena infinita di un dolore che non si è voluto vedere, non si è voluto sentire, non si è voluto dire. E che ancora resta non visto, non sentito, non detto.
Non c'è via d'uscita dal vuoto e dal grigio per i tre, infatti. Non ci sarà nemmeno dopo che uno di loro avrà preso una decisione radicale e tragica, e dopo che di nuovo ci sarà un morto di cui rendere conto alla giustizia e alla coscienza. Come è cominciato, così il film termina. Nessuno dei tre avrà il coraggio di vedere, sentire e dire quel che è loro accaduto. Come Servet, Eyüp comprerà la vita di un altro, ancora più debole di lui. E a quel punto non ci sarà più modo di dissolvere alcun fantasma.
Roberto Escobar
Da Il Sole 24 Ore. 21 settembre 2008
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